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Un film di Wes Anderson. Con Bruce Willis, Edward Norton, Bill Murray, Frances Mc Dormand, Tilda Swinton, Jared Gilman, Kara Hayward, Jason Schwartzman, Bob Balaban, Harvey Keitel. Titolo originale: Moonrise Kingdom. Drammatico, durata 94 min. – U.S.A. 2012 – Lucky Red

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Isola di New Penzance, estate del 1965: Suzy (Kara Hayward), dodicenne problematica, e Sam (Jared Gilman), coetaneo in campeggio con gli scout, si incontrano, si innamorano e decidono di fuggire insieme seguendo un antico sentiero tracciato dai nativi americani. Gli adulti dell’isola, capitanati dallo sceriffo Sharp (Bruce Willis) e dal capo scout Ward (Edward Norton), si mettono sulle loro tracce per ritrovarli, soprattutto in vista dell’arrivo di una spaventosa tempesta.

A distanza di tre anni dal film Fantastic Mr. Fox (2009), Wes Anderson, il regista texano più newyorkese che esista, torna dietro la macchina da presa per regalarci un’altra avventura raccontata con il suo inconfondibile stile poetico e colorato, fondendo il significato del film – fin dai titoli di testa – con una splendida colonna sonora: la suite didattica Young Person’s Guide to the Orchestra di Benjamin Britten, in cui ogni strumento dell’orchestra si riunisce su un tema di Henry Purcell per formare una fuga, fornisce l’incipit dell’avventura di Suzy e Sam, sottolineando come i due ragazzi – scomposti e fuori posto in una realtà in cui non riescono ad integrarsi – giungano spontaneamente e reciprocamente a completarsi. Suzy fugge da una quotidianità indifferente, dove i genitori preferiscono leggere un libro su un figlio ‘problematico’ piuttosto che affrontarlo apertamente, mentre Sam – rimasto orfano e affidato a una famiglia pronta a scaricarlo ai servizi sociali (incarnati da una temibile Tilda Swinton) – vive con insofferenza la rigida disciplina della vita da scout, preferendo imbarcarsi in un’avventura libera da ogni vincolo e confidando solo nelle proprie forze e nella ragazza che ama. La calma temerarietà di Suzy e Sam si scontra con l’incomprensione, l’indifferenza e la rigidità degli adulti dell’isola, che tentano di ostacolarli e di allontanarli facendo sembrare sbagliata la loro volontà di stare insieme, quando sono essi stessi i primi a sbagliare, schermando le proprie incoerenze emotive dietro a muri di ipocrisia (i genitori di Suzy), di triste inerzia (lo sceriffo Sharp) o di ottuso – benché in buona fede – rigore (il capo scout Ward).

Anderson dirige un cast stellare, dagli ‘storici’ Jason Schwartzman (protagonista degli andersoniani Rushmore – 1998 – e Il treno per Darjeeling – 2007) e Bill Murray (che da Rushmore a Moonrise Kingdom ha all’attivo ben sei film con il regista), arrivando a Bruce Willis – decisamente a suo agio anche in ruoli che non siano d’azione – Edward Norton, Tilda Swinton e Frances McDormand, tutti perfettamente in parte nel mettere sotto assedio i due giovani fuggitivi (menzione speciale, inoltre, per Jared Gilman e Kara Hayward, due esordienti che sembrano possedere un’innata naturalezza recitativa); l’impostazione base del film, poi, rimane intatta, grazie anche alla figura del narratore (affidato a Bob Balaban), alle gag surreali di cui è costellata l’intera pellicola – anche se, rispetto alle precedenti, i momenti in cui ci si spaventa davvero non mancano (le scene dei fulmini, l’uso improprio di una forbice per mancini o l’esplosione della palafitta del comandante Pierce, interpretato da un ironico Harvey Keitel) – al ralenty capace di subliminare una svolta importante per i protagonisti, mentre gli anni sessanta offrono la possibilità di abbondare con colori pop e scenografie vecchio stile (l’abitazione di Suzy sembra una vera e propria casa di bambola). L’ultima opera di Wes Anderson – film di apertura del 65esimo Festival di Cannes – riporta alla mente la piccola fuga di Margot e Richie ne I Tenenbaum (2001) agli archivi pubblici di New York, dilatandone i tempi ma mantenendo intatti il disagio e il dolore di due spiriti limpidi (capaci di dare un nome magico ed evocativo ad una baia inizialmente denominata con l’asetticità tipica di alcuni adulti), due adolescenti incompresi e imperfetti anche in quella che, alla fine, sembra essere una ricomposizione orchestrale (e di vita).

The artist

Un film di Michel Hazanavicius. Con Jean Dujardin, Bérénice Bejo, John Goodman, James Cromwell, Penelope Ann Miller, Malcolm McDowell.  Drammatico, durata 100 min. – Francia 2011 – Bim

George Valentin è una stella del cinema muto nella Hollywood del 1927: il pubblico lo adora e i suoi film, una combinazione tra avventura e romanticismo, registrano sempre il tutto esaurito. Peppy Miller è un’aspirante attrice che, per un caso, finisce sulla copertina di ‘Variety’ abbracciata a Valentin e, subito dopo, sul set dell’attore come ballerina. E’ l’inizio dell’ascesa per Peppy, che grazie all’avvento del sonoro diverrà una stella, mentre George Valentin, legato al cinema muto, verrà subito dimenticato.

Nell’era cinematografica del 3D e degli effetti speciali, il regista francese Michel Hazanavicius decide di andare in controtendenza proponendo al pubblico un film muto e in bianco e nero, ambientando la storia nel periodo cinematografico di transizione che avrebbe portato allo spettatore la meraviglia di un film sonoro e contestualizzando così la propria scelta. Scenografia, colonna sonora e comparse sono tutte al servizio della volontà registica di raccontare una storia semplice ma con modalità inusuali e decisamente anacronistiche, facendo così riscoprire al pubblico il gusto per la recitazione: grazie ai due protagonisti, Jean Dujardin (premiato al festival di Cannes 2011 con la Palmad’oro per il Migliore attore) e Bérénice Bejo, l’interpretazione dei due personaggi risulta sempre espressiva senza cadere mai nella caricatura. Ottimo anche il supporto dei comprimari, da John Goodman, produttore senza scrupoli, a James Cromwell, fedele autista e tuttofare, passando per il gustoso cammeo di Malcolm McDowell (nel ruolo di una comparsa) fino ad arrivare a Penelope Ann Miller, che grazie all’interpretazione della moglie di Valentin, Doris, rimanda alla sequenza della ‘colazione’ di Quarto Potere (1941), anticamera del fallimento matrimoniale. Riportando alla mente Cantando sotto la pioggia (1952) di Stanley Donen per l’ambientazione e il soggetto (anche in questo film un attore famoso deve fare i conti con il passaggio dal muto al sonoro), Hazanavicius vince la sfida con lo spettatore riuscendo ad emozionarlo e a divertirlo con pochi particolari tecnici utilizzati sempre al servizio della storia: il sonoro che irrompe nella vita del protagonista – dove una piuma che tocca terra può causare un rumore lacerante – anticipando in una sequenza onirica il suo destino; le sabbie mobili che ingoiano Valentin nella sequenza finale del suo ultimo film muto, mentre le lacrime di Peppy sottolineano la fine della sua celebrità; le minuscole visioni che appaiono a Valentin, mentre annega i dispiaceri nell’alcol: ogni particolare, ogni inquadratura, ogni gesto nella recitazione è utilizzato per rendere omaggio alla Hollywood di fine anni Venti, in questa pellicola che è un vero e proprio salto indietro nel tempo.

Super 8

Un film di J.J. Abrams. Con Kyle Chandler, Elle Fanning, Joel Courtney, Gabriel Basso, Noah Emmerich. Fantascienza,  durata 112 min. – USA 2011. – Universal Pictures

 

 

È l’estate del 1979 e nella cittadina di Lillian, in Ohio, un gruppo di adolescenti, girando un film in super 8 da presentare ad un festival, è testimone involontario di un disastro ferroviario: da quel momento in poi accadono eventi sempre più strani: le persone (e i cani) spariscono, i militari sembrano aver preso possesso della città e, fatto ancora più inspiegabile, cosa ha spinto il professore di biologia avanzata a far deragliare il treno? La risposta è impressa sulla pellicola della cinepresa super 8 e i ragazzi cercheranno di scoprirla ricomponendo i frammenti di un oscuro passato e rischiando le proprie vite.

J.J. Abrams con Super 8 ha voluto omaggiare il filone fantascientifico per ragazzi anni ’80, spargendo citazioni e scatenando immediati collegamenti mentali e sensazioni adolescenziali in quanti sono cresciuti guardando film come E.T, Explorers, I goonies e Stand by me: ancor prima che inizi il film, il logo della ‘Amblin Entertainment’ (la casa di produzione fondata da Spielberg) promette un determinato tipo di intrattenimento. Nonostante le premesse iniziali, però, Abrams sembra voler sottolineare la sua volontà di ‘rileggere’ la storia con uno stile che, pur volendo omaggiare, tende fortemente a rimanere personale. Partendo dal presupposto che con una macchina da presa in funzione può succedere di tutto, dalla (bella) scena del deragliamento del treno, anche lo sviluppo della vicenda esce dai binari della classica storia di quasi-adolescenti di una cittadina di provincia alle prese con entità sconosciute e fantastiche, trasformandosi in qualcosa di più cupo e minaccioso. Così come Spielberg guardava al suo E.T. (e al suo Incontri ravvicinati del terzo tipo) con benevolo trasporto e grande speranza, Abrams sceglie di rappresentare la sua ‘creatura’ come un’entità misteriosa, minacciosa e terrorizzante, come riflesso della società che rifiuta o fatica ad entrare in simbiosi con ‘l’altro’ (il gruppo di militari che presidia la cittadina, ma anche i genitori dei protagonisti, che non vogliono – o non riescono a – comprendere i loro figli). Peccato che questo aspetto occupi la quasi totalità del film e che Abrams cerchi di rientrare nel tracciato iniziale solo negli ultimi dieci minuti e in maniera piuttosto stonata. Quello che manca è il contatto emotivo della creatura con il protagonista, che permetta a quest’ultimo un’evoluzione emotiva credibile: in questo senso era stato più incisivo Neill Blomkamp con il suo Distretto 9 (2009), in cui la critica alla società xenofoba, il ‘contatto’ stabilito con il protagonista e il ritorno a casa dell’alieno erano sviluppati in maniera più approfondita ed avvincente. Abrams riesce comunque a dirigere una pellicola, se non totalmente coinvolgente, piuttosto piacevole, grazie anche a un azzeccato gruppo di protagonisti: da Joel Courtney, l’addetto al make-up, a Ryan Lee, l’esperto di esplosioni (e, c’è da crederlo, ‘l’aspetto Abrams’ più allusivo della pellicola), arrivando alla sempre più brava Elle Fanning, la protagonista femminile. Da non perdere, sui titoli di coda, il divertente corto Il caso (il film girato dai protagonisti per partecipare al festival), in cui la fantomatica ‘Romero Chemicals’ è responsabile della trasformazione di tranquilli cittadini in zombie assetati di sangue.

Un film di Stéphane Aubier, Vincent Patar. Con Stéphane Aubier, Jeanne Balibar, Nicolas Buysse, Véronique Dumont, Bruce Elliso. Titolo originale Panique Au Village. Animazione, Ratings: Kids, durata 75 min. – Belgio, Lussemburgo, Francia 2009 – Nomad Film

 

E’ il 21 giugno e nel villaggio chiamato Villaggio è il compleanno di un cavallo che si chiama Cavallo; i suoi imprevedibili amici (nonché coinquilini), un cowboy di nome Cowboy e un indiano di nome Indiano, decidono di regalargli un barbecue ma, a causa di una errore, invece dei 50 mattoni necessari a costruirlo ne vengono ordinati milioni. La situazione precipita quando la casa di Cavallo viene distrutta e, nel tentativo di ricostruirla, degli imprecisati ladri notturni rubano ripetutamente le nuove mura: ne accadranno di tutti i colori.

Basato sull’omonima serie tv belga, molto popolare in Francia e perfino in Inghilterra, presente nella Selezione ufficiale al Festival di Cannes 2009 e vincitore del Platinum grand prize al Future festival di Bologna 2010, l’opera dei due animatori belgi Aubier e Patar si presenta fin da subito allo spettatore senza alcun collegamento logico e, per questo motivo, totalmente imprevedibile. L’unico appiglio dato allo spettatore è la data, il compleanno di Cavallo (doppiato da Massimo Lopez), che segna anche l’inizio dell’estate, la stagione per eccellenza in cui i bambini scatenano la propria giocosa creatività. Ed è proprio questa la sensazione che si ha guardando Panico al villaggio: sembra infatti di assistere al gioco di un gruppo di bambini che manipolano i personaggi (tutti rigorosamente dotati di ‘base’ erbosa, tranne quando non hanno i piedi a terra), dirottandoli verso una serie di avventure inattese ed esilaranti dove l’impossibile diventa reale. In questo modo, che si trovi al centro della terra, pericolosamente in bilico su un fiume di lava incandescente, o che si trovi nelle profondità inesplorate di Atlantide (a cui si accede direttamente dallo stagno), Cavallo può essere contattato comunque da Madame Longrée (l’insegnante di musica di cui è segretamente innamorato) per le lezioni di pianoforte. Interamente girato in stop-motion, Panico al villaggio  presenta un contadino che manda i suoi animali a scuola di musica- e, all’occorrenza, utilizza mucche e maiali come armi non convenzionali – un casello della polizia che si trasforma in una fortezza inespugnabile, una mamma-mostro marino che prepara frittelle ovunque si trovi (anche a testa in giù) e un gruppo di scienziati pazzi e fisicamente pericolosi (chi ha detto che una persona più è intelligente più è debole?) che si diletta a lanciare palle di neve per mezzo di un pinguino gigante robot. Nessuna logica, nessuno schema, ma nella narrazione potenzialmente infinita (se ogni cosa può succedere, l’elenco di combinazioni può davvero essere inesauribile) c’è comunque spazio per i sentimenti, dall’amicizia (il trio Cavallo, Cowboy e Indiano, che nonostante le rispettive incoerenze rimangono uniti fino alla fine) all’amore (il sentimento tra Cavallo e Madame Longrée) alla disperazione (le lacrime di Janine quando il suo Steven viene ingiustamente incarcerato). Sviluppato in un ritmo serratissimo, esplorando le profondità del non-sense, allo spettatore poco predisposto il film di Aubier e Patar potrebbe risultare esageratamente caotico ed esasperante. Per tutti gli altri, al contrario, si prospettano 75 minuti di puro, folle ed innocente divertimento.

Il concerto

Un film di Radu Mihaileanu. Con Aleksei Guskov, Dmitri Nazarov, François Berléand, Miou-Miou, Valeri Barinov. Titolo originale Le concert. Commedia, durata 120 min. – Francia, Italia, Romania, Belgio 2009. – Bim

Andreï Filipov è un ex direttore di orchestra del Bolshoi deposto per ragioni politiche; all’epoca di Brežnev, rifiutatosi di licenziare la sua orchestra, composta prevalentemente da ebrei, è stato dichiarato “nemico del popolo” e gli sono state tolte la dignità e la bacchetta. A distanza di trent’anni da quella circostanza,  è ridotto a fare le pulizie in quello stesso teatro che era stato palcoscenico della sua grandezza. Le cose cambiano quando, facendo le pulizie nell’ufficio del direttore, Andreï intercetta un invito all’orchestra del Bolshoi da parte del Théâtre du Châtelet per suonare a Parigi. Appropriatosi indebitamente del fax e cancellate le prove del contatto con Parigi, Andreï riunisce la vecchia orchestra, progettandone il ritorno in scena e il riscatto personale e artistico.

Dopo Train de vie (1998), in cui gli abitanti di un villaggio ebreo della Romania mettevano in scena una finta deportazione travestendosi da finti deportati e da finti ufficiali nazisti per passare il confine e trovare la salvezza in Russia, troviamo gli ebrei di Mihaileanu privati della musica e della dignità, ridotti a dover compiere i lavori più umili per poter tirare avanti. Il film di Mihaileanu evidenzia una circostanza storica pressoché sconosciuta: la condizione della popolazione ebraica  negli anni del totalitarismo di Brežnev. L’orchestra del film si rifà a quegli artisti che negli anni della dittatura si macchiò di dissenso nei confronti del partito pagando con l’abbandono della musica, l’esilio o, nei casi peggiori, con la deportazione nei campi di lavoro; il film ne ripercorre l’insuccesso con toni a metà tra il grottesco e il malinconico: un “gruppo di falliti e sbandati” che dai fasti musicali del passato si è piegato ai lavori più umili per poter sopravvivere.

Il personaggio di Andreï Filipov, reso magnificamente da Aleksei Guskov, è un folle gentile in cerca di riscatto, capace di mettere in moto una girandola di eventi e di bugie per poter realizzare un sogno (in questo caso il Concerto per Violino e Orchestra di Tchaikovsky, con Anne-Marie Jacquet – Mélanie Laurent – come primo violino) e per poter finalmente riscattare il proprio nome e le sorti della sua orchestra. Passando dalla fotografia sbiadita di una Mosca opprimente alle luci splendenti e ricche di promesse dell’incantevole Parigi, Andreï riporta in vita una magnifica ossessione, quella ricerca di perfezione dell’armonia che, dal palcoscenico del Théâtre du Châtelet, riporta con la memoria ai gulag innevati, liberando (e completando, dopo anni) quella musica per troppo tempo rinchiusa nella mente e nelle dita dei musicisti finiti allo sbando.

Circondato da ottimi comprimari (menzione speciale, oltre alla sempre brava Laurent – la folgorante Shosanna di Inglourious Basterds di Tarantino, a Dmitri Nazarov nella parte di Sasha Grossman e a Valeri Barinov, fervente comunista nuovamente improvissatosi agente), scandito da un’ottima colonna sonora che raggiunge l’apice nel finale, Mihaileanu realizza un film sincero (pur contenendo alcune situazioni un po’ troppo stiracchiate, concentrate nell’arrivo – e nella dispersione – dell’orchestra a Parigi), divertente e commovente, in cui ancora una volta l’invenzione e la potenza creativa vengono utilizzate per sconfiggere il male e per risollevare la propria condizione.

Un film di Kevin Smith. Con Seth Rogen, Elizabeth Banks, Traci Lords, Jason Mewes, Betty Aberlin, Jeff Anderson, Justin Long. Commedia, durata 102 min. – USA 2008.

Zack e Miri sono ex compagni di scuola che condividono da anni lo stesso appartamento; amici per la pelle, si ritrovano senza acqua, senza luce e sommersi dai debiti. Decidono così di girare un film porno per poter pagare le bollette, ma l’esito sarà decisamente diverso dalle loro aspettative.

In America, il titolo di questo film ha creato non pochi problemi a Kevin Smith: la presenza della parola ‘porno’ al suo interno ha contribuito a bloccarne la promozione, ritenendo la stessa locandina inadatta ai minori. La cosa buffa è che nei veri e propri film hardcore, parole come ‘porno’ o ‘pornografia’ non compaiono mai; viene in mente un film del 1999 del regista belga Frédéric Fonteyne dal titolo Une liaison pornographique (distribuito in Italia con il titolo più rassicurante di Una relazione privata), in cui la pornografia c’entrava ben poco ed il sesso era collaterale al vero obiettivo della storia.

Se nel film di Fonteyne i protagonisti vivevano una storia drammatica, in questo film Kevin Smith propone una commedia sentimentale colorandola con toni  hardcore; il risultato è spesso esilarante, e questo è dovuto specialmente ai protagonisti (Seth Rogen, trasandato e sottotono, e Elizabeth Banks, decisamente autoironica) e in generale ad un cast davvero azzeccato (a parte gli ormai ‘registicamente’ consolidati Jeff Anderson e Jason Mewes, menzione speciale ad un divertentissimo Justin Long). Pur rappresentando un piacevole intrattenimento, Zack and Miri make a porno contiene diverse pecche che, purtroppo, lo collocano lontano dagli indimenticabili risultati di Clerks (1994). Kevin Smith sembra non essere riuscito a scrollarsi di dosso un certo sentimentalismo adolescenziale: nella scena della festa degli ex alunni, si può notare l’infantile voglia di rivalsa di Miri nei confronti del bellone della scuola, che negli anni passati la tormentava prendendola in giro (comicamente devastanti, in questo senso, i risvolti di questa tattica), mentre Zack (come ai loro tempi Dante e Randall in Clerks) è incastrato in un lavoro senza sbocchi e senza futuro in una caffetteria ai margini di un centro commerciale.

La scena della prima volta insieme dei due personaggi, poi, è costruita in modo da risultare più romantica possibile:  la fotografia calda ed avvolgente, la musica  trascinante (Hold me up dei Live, incredibilmente assente nella soundtrack del film), lo sguardo dei due protagonisti che si perde l’uno dentro l’altro, fanno già intuire dove andrà a parare il resto del film. Scontatezze del soggetto a parte, sono presenti almeno due buchi di sceneggiatura: che fine fa Mr. Surya (Jerry Bednob), lo scontroso proprietario della caffetteria che appare solo all’inizio? E, soprattutto, come mai un uomo così sospettoso non si cura di vedere che fine fa la videocamera di sorveglianza che ha installato per tenere sotto controllo i suoi dipendenti?

Nonostante queste incongruenze a livello di sceneggiatura, il montaggio (curato dallo stesso Kevin Smith) e la fotografia (David Klein riesce a rendere davvero apprezzabile Pittsburgh sotto la neve) risultano molto buoni; tralasciando ugualmente il sentimentalismo di fondo, Zack and Miri make a porno mantiene la promessa di divertire, grazie all’ironia dei personaggi e alla divertente vitalità con cui vengono messe in scena le loro vicende e la loro voglia di riscatto (cosa che fa venire in mente il finale di Clerks II – 2006). Da non perdere le ultime spassose scene inserite nei titoli di coda.

Un film di Martin Scorsese. Con Leonardo DiCaprio, Mark Ruffalo, Ben Kingsley,  Michelle Williams, Patricia Clarkson, Max von Sydow. Drammatico,durata 138 min. – USA 2010. – Medusa. – VM 14

È il 1954, e due agenti federali, Teddy Daniels (Leonardo DiCaprio) e Chuck Aule (Mark Ruffalo) arrivano nel manicomio criminale di Ashecliff, situato a Shutter Island, un’isola nel golfo di Boston, per indagare sulla scomparsa di una pericolosa infanticida, Rachel Solando. Nonostante le dichiarazioni del direttore dell’istituto, il dottor Cawley (Ben Kingsley) e degli infermieri, i quali affermano che Rachel sia praticamente scomparsa nel nulla, l’agente Daniels nutre dei sospetti sul modo di agire del dottor Cawley e del suo assistente, il dottor Naehring (Max von Sydow). A causa di un uragano, i due agenti sono costretti a protrarre il loro soggiorno sull’isola e, mentre le indagini proseguono, affiorano poco alla volta indizi inquietanti, che si mescolano ai ricordi di Daniels della II guerra mondiale.

Dopo il film-documentario sul gruppo rock dei Rolling Stones, Shine a light (2008), Scorsese torna dietro la macchina da presa riadattando per il grande schermo il romanzo di Dennis Lehane (uscito in Italia con il titolo L’isola della paura, editore Piemme). E lo fa raccontando la discesa nell’inferno della follia di un ennesimo ‘uomo di violenza’: un ottimo DiCaprio tenta di farsi largo tra i devastanti ricordi della guerra (magistrale la carrellata degli ufficiali nazisti uccisi all’ingresso degli americani nel campo di Dachau, un vero e proprio macabro balletto di morte), quelli della moglie morta che non riesce a ‘lasciare andare’ e gli innumerevoli segreti e manipolazioni da parte del Dr. Cawley e del suo staff. Scorsese ha sempre avuto una particolare predisposizione nel trasporre in immagini le tragedie interiori dei protagonisti dei suoi film (basti pensare, in questo senso, ad un altro suo film, Al di là della vita – 2000 – in cui il protagonista, Nicholas Cage, si ritrovava faccia a faccia con i fantasmi della sua vita e con l’angoscia per il presente): l’impossibilità del protagonista di aderire alla realtà che lo circonda e di accettare la verità si fonde con l’incapacità di raccontare un mondo dove dominano violenza e falsità, dove ogni cosa non è quello che sembra, dove ogni nuova sperimentazione è guardata con sospetto e credere ad una cospirazione a livello mondiale è più semplice che accettare il proprio lato buio (o, quantomeno, è indispensabile per la sopravvivenza).

Pur presentando allo spettatore un film tecnicamente ineccepibile, con ottimi  attori (oltre ai protagonisti, menzione speciale per il sempre ottimo Jackie Earle Haley e per la minacciosa apparizione di Elias Koteas), splendide scenografie (Dante Ferretti), un montaggio (quasi sempre) ritmato (Thelma Schoonmaker) e una partitura sonora inquietante e pressante, sia per quanto riguarda la colonna sonora che per il montaggio sonoro vero e proprio (tralasciando il rumore degli spari, ogni fiammifero acceso ha la potenza acustica di un’esplosione), cade in ripetizioni e in eccessivi dilungamenti, specialmente verso il finale. Scorsese sembra quasi aver paura di non risultare abbastanza chiaro nel dipanamento del mistero, e obbliga lo spettatore ad una tripla spiegazione. Se il Teddy Daniels di DiCaprio rappresenta la perfetta sintesi dell’uomo alienato, altrettanto imperfetta risulta questa trasposizione, in un film che mantiene le sue promesse di intrattenimento, pur risultando uno dei  meno riusciti della carriera di Scorsese.