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Archive for aprile 2010

Un film di Kevin Smith. Con Seth Rogen, Elizabeth Banks, Traci Lords, Jason Mewes, Betty Aberlin, Jeff Anderson, Justin Long. Commedia, durata 102 min. – USA 2008.

Zack e Miri sono ex compagni di scuola che condividono da anni lo stesso appartamento; amici per la pelle, si ritrovano senza acqua, senza luce e sommersi dai debiti. Decidono così di girare un film porno per poter pagare le bollette, ma l’esito sarà decisamente diverso dalle loro aspettative.

In America, il titolo di questo film ha creato non pochi problemi a Kevin Smith: la presenza della parola ‘porno’ al suo interno ha contribuito a bloccarne la promozione, ritenendo la stessa locandina inadatta ai minori. La cosa buffa è che nei veri e propri film hardcore, parole come ‘porno’ o ‘pornografia’ non compaiono mai; viene in mente un film del 1999 del regista belga Frédéric Fonteyne dal titolo Une liaison pornographique (distribuito in Italia con il titolo più rassicurante di Una relazione privata), in cui la pornografia c’entrava ben poco ed il sesso era collaterale al vero obiettivo della storia.

Se nel film di Fonteyne i protagonisti vivevano una storia drammatica, in questo film Kevin Smith propone una commedia sentimentale colorandola con toni  hardcore; il risultato è spesso esilarante, e questo è dovuto specialmente ai protagonisti (Seth Rogen, trasandato e sottotono, e Elizabeth Banks, decisamente autoironica) e in generale ad un cast davvero azzeccato (a parte gli ormai ‘registicamente’ consolidati Jeff Anderson e Jason Mewes, menzione speciale ad un divertentissimo Justin Long). Pur rappresentando un piacevole intrattenimento, Zack and Miri make a porno contiene diverse pecche che, purtroppo, lo collocano lontano dagli indimenticabili risultati di Clerks (1994). Kevin Smith sembra non essere riuscito a scrollarsi di dosso un certo sentimentalismo adolescenziale: nella scena della festa degli ex alunni, si può notare l’infantile voglia di rivalsa di Miri nei confronti del bellone della scuola, che negli anni passati la tormentava prendendola in giro (comicamente devastanti, in questo senso, i risvolti di questa tattica), mentre Zack (come ai loro tempi Dante e Randall in Clerks) è incastrato in un lavoro senza sbocchi e senza futuro in una caffetteria ai margini di un centro commerciale.

La scena della prima volta insieme dei due personaggi, poi, è costruita in modo da risultare più romantica possibile:  la fotografia calda ed avvolgente, la musica  trascinante (Hold me up dei Live, incredibilmente assente nella soundtrack del film), lo sguardo dei due protagonisti che si perde l’uno dentro l’altro, fanno già intuire dove andrà a parare il resto del film. Scontatezze del soggetto a parte, sono presenti almeno due buchi di sceneggiatura: che fine fa Mr. Surya (Jerry Bednob), lo scontroso proprietario della caffetteria che appare solo all’inizio? E, soprattutto, come mai un uomo così sospettoso non si cura di vedere che fine fa la videocamera di sorveglianza che ha installato per tenere sotto controllo i suoi dipendenti?

Nonostante queste incongruenze a livello di sceneggiatura, il montaggio (curato dallo stesso Kevin Smith) e la fotografia (David Klein riesce a rendere davvero apprezzabile Pittsburgh sotto la neve) risultano molto buoni; tralasciando ugualmente il sentimentalismo di fondo, Zack and Miri make a porno mantiene la promessa di divertire, grazie all’ironia dei personaggi e alla divertente vitalità con cui vengono messe in scena le loro vicende e la loro voglia di riscatto (cosa che fa venire in mente il finale di Clerks II – 2006). Da non perdere le ultime spassose scene inserite nei titoli di coda.

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Un film di Martin Scorsese. Con Leonardo DiCaprio, Mark Ruffalo, Ben Kingsley,  Michelle Williams, Patricia Clarkson, Max von Sydow. Drammatico,durata 138 min. – USA 2010. – Medusa. – VM 14

È il 1954, e due agenti federali, Teddy Daniels (Leonardo DiCaprio) e Chuck Aule (Mark Ruffalo) arrivano nel manicomio criminale di Ashecliff, situato a Shutter Island, un’isola nel golfo di Boston, per indagare sulla scomparsa di una pericolosa infanticida, Rachel Solando. Nonostante le dichiarazioni del direttore dell’istituto, il dottor Cawley (Ben Kingsley) e degli infermieri, i quali affermano che Rachel sia praticamente scomparsa nel nulla, l’agente Daniels nutre dei sospetti sul modo di agire del dottor Cawley e del suo assistente, il dottor Naehring (Max von Sydow). A causa di un uragano, i due agenti sono costretti a protrarre il loro soggiorno sull’isola e, mentre le indagini proseguono, affiorano poco alla volta indizi inquietanti, che si mescolano ai ricordi di Daniels della II guerra mondiale.

Dopo il film-documentario sul gruppo rock dei Rolling Stones, Shine a light (2008), Scorsese torna dietro la macchina da presa riadattando per il grande schermo il romanzo di Dennis Lehane (uscito in Italia con il titolo L’isola della paura, editore Piemme). E lo fa raccontando la discesa nell’inferno della follia di un ennesimo ‘uomo di violenza’: un ottimo DiCaprio tenta di farsi largo tra i devastanti ricordi della guerra (magistrale la carrellata degli ufficiali nazisti uccisi all’ingresso degli americani nel campo di Dachau, un vero e proprio macabro balletto di morte), quelli della moglie morta che non riesce a ‘lasciare andare’ e gli innumerevoli segreti e manipolazioni da parte del Dr. Cawley e del suo staff. Scorsese ha sempre avuto una particolare predisposizione nel trasporre in immagini le tragedie interiori dei protagonisti dei suoi film (basti pensare, in questo senso, ad un altro suo film, Al di là della vita – 2000 – in cui il protagonista, Nicholas Cage, si ritrovava faccia a faccia con i fantasmi della sua vita e con l’angoscia per il presente): l’impossibilità del protagonista di aderire alla realtà che lo circonda e di accettare la verità si fonde con l’incapacità di raccontare un mondo dove dominano violenza e falsità, dove ogni cosa non è quello che sembra, dove ogni nuova sperimentazione è guardata con sospetto e credere ad una cospirazione a livello mondiale è più semplice che accettare il proprio lato buio (o, quantomeno, è indispensabile per la sopravvivenza).

Pur presentando allo spettatore un film tecnicamente ineccepibile, con ottimi  attori (oltre ai protagonisti, menzione speciale per il sempre ottimo Jackie Earle Haley e per la minacciosa apparizione di Elias Koteas), splendide scenografie (Dante Ferretti), un montaggio (quasi sempre) ritmato (Thelma Schoonmaker) e una partitura sonora inquietante e pressante, sia per quanto riguarda la colonna sonora che per il montaggio sonoro vero e proprio (tralasciando il rumore degli spari, ogni fiammifero acceso ha la potenza acustica di un’esplosione), cade in ripetizioni e in eccessivi dilungamenti, specialmente verso il finale. Scorsese sembra quasi aver paura di non risultare abbastanza chiaro nel dipanamento del mistero, e obbliga lo spettatore ad una tripla spiegazione. Se il Teddy Daniels di DiCaprio rappresenta la perfetta sintesi dell’uomo alienato, altrettanto imperfetta risulta questa trasposizione, in un film che mantiene le sue promesse di intrattenimento, pur risultando uno dei  meno riusciti della carriera di Scorsese.

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Un film di Tim Burton. Con Mia Wasikowska, Johnny Depp, Helena Bonham Carter, Crispin Glover, Anne Hathaway. Fantastico, durata 108 min. – USA 2010. – Walt Disney

Alice (Mia Wasikowska) ha sette anni e pensa di essere impazzita: ogni notte sogna di cadere nella tana di un coniglio bianco, accedendo così ad uno strano mondo in cui i gatti evaporano, gli animali e i fiori parlano ed i bruchi si esprimono in modo sibillino. Dieci anni dopo, Alice è promessa sposa di un lord dall’aspetto e dal modo di fare perfettamente conformato e consono, ma l’attrazione per le stranezze non è cambiata. Finendo (veramente o ancora una volta in sogno?) nella tana del bianconiglio, si ritrova nello strano mondo dei suoi sogni di bambina, chiamata dai suoi abitanti per sconfiggere la malvagia Regina Rossa (Helena Bonham Carter).

Burton fonde i due romanzi di Lewis Carrol, Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò, cimentandosi in una riduzione che non ha nulla a che vedere con la versione disneyana a cui siamo abituati. L’avventura di Alice è già scritta, c’è un oracolo da seguire alla lettera per sconfiggere i malvagi, e lo svolgimento della trama è proprio il manifestarsi passo per passo di questa volontà già predisposta. Le scenografie sono, come sempre, accurate ed indimenticabili, e le musiche, affidate all’ormai abituale Denny Elfman, risultano sempre incantevoli, ma in questa rivisitazione sembra mancare l’inconfondibile mano di Burton.

Il regista, infatti, si è sempre cimentato in storie con protagonisti outsider, spesso mostruosamente diversi eppure umanamente ricchi di calore e di dignità: è questo ciò che manca nel film. Il cappellaio matto delineato  da Johnny Depp, figura costantemente stupita eppure tragica, risulta fin troppo rinchiusa nella sua limitata espressività. Il vero outsider della storia risulta essere la Regina Rossa, che pur mostrando una sempre brava Helena Bonham Carter, si discosta totalmente dall’idea burtoniana del diverso: ha una testa spaventosamente grande, è malvagia e insensibile e, non potendo essere amata – è infatti circondata da cortigiani che le mentono per non farla sentire fisicamente in difetto – preferisce essere temuta.

L’unico ‘personaggio’ che si accosta fedelmente all’idea burtoniana del diverso è il Grafobrancio (una bestia a metà tra un bulldog e una iena), che dietro un terribile e feroce aspetto animalesco, cela un senso di riconoscenza e di lealtà.

La visione in 3D, infine, non risulta affatto soddisfacente ed è percepibile solo sporadicamente. Tra leziose (e, a tratti, insopportabili) regine bianche (Anne Hataway) ed imbarazzanti ‘deliranze’, Burton firma uno dei suoi film meno riusciti, un gradino sopra Il pianeta delle scimmie (2001) e uno sotto La fabbrica di cioccolato (2005).

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Un film di Peter Jackson. Con Mark Wahlberg, Rachel Weisz, Susan Sarandon, Stanley Tucci, Saoirse Ronan, James Michael Imperioli  Titolo originale The Lovely Bones. Drammatico, durata 135 min. – USA, Gran Bretagna, Nuova Zelanda 2009. – Universal Pictures – VM 14.

Tratto dall’omonimo romanzo di Alice Sebold, Amabili resti racconta la storia di Susie Salmon (Saoirse Ronan),  stuprata e uccisa all’età di quattordici anni da un vicino di casa (Stanley Tucci) e rinchiusa in una dimensione che le permette di rimanere in contatto con la sua famiglia suggerendole, così, l’identità del suo assassino.

Il regista neozelandese Peter Jackson torna a parlare di un’altra ‘terra di mezzo’, vista come possibilità di riscatto per le ingiuste sofferenze subite scegliendo, però, di suggerire più che mostrare (su tutte, la scena in cui Susie si rende conto di essere stata uccisa). Il romanzo da cui è tratto il film, infatti, contiene riferimenti autobiografici dell’autrice, anch’essa vittima di violenza sessuale quando aveva quattordici anni.

Questa volta, però, Jackson sembra non aver voluto (o saputo?) osare, riducendo la trama in blocchi fin troppo definiti e delimitati: ogni personaggio principale, dal padre (un sempre ottimo Mark Whalberg), alla madre (Rachel Weisz), alla nonna (una dirompente e divertente Susan Sarandon), ha infatti la sua ‘scena madre’; pur arrivando a dare spazio a tutti, purtroppo il regista sembra non riuscire ad andare oltre, finendo imprigionato in questo meccanismo limitante.

A livello tecnico, il mondo in cui Susie è sospesa – e che costituisce la diretta espressione della sua personalità e dei suoi sentimenti – è presentato spesso in maniera magica, con colori che colpiscono e una fotografia impeccabile. A tratti, però, risulta fin troppo impregnata di un’atmosfera stucchevole, e la colonna sonora new age sottolinea questo aspetto.

L’unico personaggio ben delineato risulta il signor Harvey di Stanley Tucci (nominato agli oscar come miglior attore non protagonista): quasi irriconoscibile con parrucchino biondo e lenti a contatto azzurre, l’attore riesce a dipingere un ritratto inquietante e dai forti connotati maniacali dell’insospettabile vicino di casa con la passione per le case di bambola. Tramite la sua ottima interpretazione, Jackson riesce a dare, narrativamente parlando, il meglio di sé, in un film che risulta curiosamente mancato.

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