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Archive for settembre 2011

Super 8

Un film di J.J. Abrams. Con Kyle Chandler, Elle Fanning, Joel Courtney, Gabriel Basso, Noah Emmerich. Fantascienza,  durata 112 min. – USA 2011. – Universal Pictures

 

 

È l’estate del 1979 e nella cittadina di Lillian, in Ohio, un gruppo di adolescenti, girando un film in super 8 da presentare ad un festival, è testimone involontario di un disastro ferroviario: da quel momento in poi accadono eventi sempre più strani: le persone (e i cani) spariscono, i militari sembrano aver preso possesso della città e, fatto ancora più inspiegabile, cosa ha spinto il professore di biologia avanzata a far deragliare il treno? La risposta è impressa sulla pellicola della cinepresa super 8 e i ragazzi cercheranno di scoprirla ricomponendo i frammenti di un oscuro passato e rischiando le proprie vite.

J.J. Abrams con Super 8 ha voluto omaggiare il filone fantascientifico per ragazzi anni ’80, spargendo citazioni e scatenando immediati collegamenti mentali e sensazioni adolescenziali in quanti sono cresciuti guardando film come E.T, Explorers, I goonies e Stand by me: ancor prima che inizi il film, il logo della ‘Amblin Entertainment’ (la casa di produzione fondata da Spielberg) promette un determinato tipo di intrattenimento. Nonostante le premesse iniziali, però, Abrams sembra voler sottolineare la sua volontà di ‘rileggere’ la storia con uno stile che, pur volendo omaggiare, tende fortemente a rimanere personale. Partendo dal presupposto che con una macchina da presa in funzione può succedere di tutto, dalla (bella) scena del deragliamento del treno, anche lo sviluppo della vicenda esce dai binari della classica storia di quasi-adolescenti di una cittadina di provincia alle prese con entità sconosciute e fantastiche, trasformandosi in qualcosa di più cupo e minaccioso. Così come Spielberg guardava al suo E.T. (e al suo Incontri ravvicinati del terzo tipo) con benevolo trasporto e grande speranza, Abrams sceglie di rappresentare la sua ‘creatura’ come un’entità misteriosa, minacciosa e terrorizzante, come riflesso della società che rifiuta o fatica ad entrare in simbiosi con ‘l’altro’ (il gruppo di militari che presidia la cittadina, ma anche i genitori dei protagonisti, che non vogliono – o non riescono a – comprendere i loro figli). Peccato che questo aspetto occupi la quasi totalità del film e che Abrams cerchi di rientrare nel tracciato iniziale solo negli ultimi dieci minuti e in maniera piuttosto stonata. Quello che manca è il contatto emotivo della creatura con il protagonista, che permetta a quest’ultimo un’evoluzione emotiva credibile: in questo senso era stato più incisivo Neill Blomkamp con il suo Distretto 9 (2009), in cui la critica alla società xenofoba, il ‘contatto’ stabilito con il protagonista e il ritorno a casa dell’alieno erano sviluppati in maniera più approfondita ed avvincente. Abrams riesce comunque a dirigere una pellicola, se non totalmente coinvolgente, piuttosto piacevole, grazie anche a un azzeccato gruppo di protagonisti: da Joel Courtney, l’addetto al make-up, a Ryan Lee, l’esperto di esplosioni (e, c’è da crederlo, ‘l’aspetto Abrams’ più allusivo della pellicola), arrivando alla sempre più brava Elle Fanning, la protagonista femminile. Da non perdere, sui titoli di coda, il divertente corto Il caso (il film girato dai protagonisti per partecipare al festival), in cui la fantomatica ‘Romero Chemicals’ è responsabile della trasformazione di tranquilli cittadini in zombie assetati di sangue.

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Panico al villaggio

Un film di Stéphane Aubier, Vincent Patar. Con Stéphane Aubier, Jeanne Balibar, Nicolas Buysse, Véronique Dumont, Bruce Elliso. Titolo originale Panique Au Village. Animazione, Ratings: Kids, durata 75 min. – Belgio, Lussemburgo, Francia 2009 – Nomad Film

 

E’ il 21 giugno e nel villaggio chiamato Villaggio è il compleanno di un cavallo che si chiama Cavallo; i suoi imprevedibili amici (nonché coinquilini), un cowboy di nome Cowboy e un indiano di nome Indiano, decidono di regalargli un barbecue ma, a causa di una errore, invece dei 50 mattoni necessari a costruirlo ne vengono ordinati milioni. La situazione precipita quando la casa di Cavallo viene distrutta e, nel tentativo di ricostruirla, degli imprecisati ladri notturni rubano ripetutamente le nuove mura: ne accadranno di tutti i colori.

Basato sull’omonima serie tv belga, molto popolare in Francia e perfino in Inghilterra, presente nella Selezione ufficiale al Festival di Cannes 2009 e vincitore del Platinum grand prize al Future festival di Bologna 2010, l’opera dei due animatori belgi Aubier e Patar si presenta fin da subito allo spettatore senza alcun collegamento logico e, per questo motivo, totalmente imprevedibile. L’unico appiglio dato allo spettatore è la data, il compleanno di Cavallo (doppiato da Massimo Lopez), che segna anche l’inizio dell’estate, la stagione per eccellenza in cui i bambini scatenano la propria giocosa creatività. Ed è proprio questa la sensazione che si ha guardando Panico al villaggio: sembra infatti di assistere al gioco di un gruppo di bambini che manipolano i personaggi (tutti rigorosamente dotati di ‘base’ erbosa, tranne quando non hanno i piedi a terra), dirottandoli verso una serie di avventure inattese ed esilaranti dove l’impossibile diventa reale. In questo modo, che si trovi al centro della terra, pericolosamente in bilico su un fiume di lava incandescente, o che si trovi nelle profondità inesplorate di Atlantide (a cui si accede direttamente dallo stagno), Cavallo può essere contattato comunque da Madame Longrée (l’insegnante di musica di cui è segretamente innamorato) per le lezioni di pianoforte. Interamente girato in stop-motion, Panico al villaggio  presenta un contadino che manda i suoi animali a scuola di musica- e, all’occorrenza, utilizza mucche e maiali come armi non convenzionali – un casello della polizia che si trasforma in una fortezza inespugnabile, una mamma-mostro marino che prepara frittelle ovunque si trovi (anche a testa in giù) e un gruppo di scienziati pazzi e fisicamente pericolosi (chi ha detto che una persona più è intelligente più è debole?) che si diletta a lanciare palle di neve per mezzo di un pinguino gigante robot. Nessuna logica, nessuno schema, ma nella narrazione potenzialmente infinita (se ogni cosa può succedere, l’elenco di combinazioni può davvero essere inesauribile) c’è comunque spazio per i sentimenti, dall’amicizia (il trio Cavallo, Cowboy e Indiano, che nonostante le rispettive incoerenze rimangono uniti fino alla fine) all’amore (il sentimento tra Cavallo e Madame Longrée) alla disperazione (le lacrime di Janine quando il suo Steven viene ingiustamente incarcerato). Sviluppato in un ritmo serratissimo, esplorando le profondità del non-sense, allo spettatore poco predisposto il film di Aubier e Patar potrebbe risultare esageratamente caotico ed esasperante. Per tutti gli altri, al contrario, si prospettano 75 minuti di puro, folle ed innocente divertimento.

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