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Archive for the ‘Primo piano’ Category

Un film di Wes Anderson. Con Bruce Willis, Edward Norton, Bill Murray, Frances Mc Dormand, Tilda Swinton, Jared Gilman, Kara Hayward, Jason Schwartzman, Bob Balaban, Harvey Keitel. Titolo originale: Moonrise Kingdom. Drammatico, durata 94 min. – U.S.A. 2012 – Lucky Red

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Isola di New Penzance, estate del 1965: Suzy (Kara Hayward), dodicenne problematica, e Sam (Jared Gilman), coetaneo in campeggio con gli scout, si incontrano, si innamorano e decidono di fuggire insieme seguendo un antico sentiero tracciato dai nativi americani. Gli adulti dell’isola, capitanati dallo sceriffo Sharp (Bruce Willis) e dal capo scout Ward (Edward Norton), si mettono sulle loro tracce per ritrovarli, soprattutto in vista dell’arrivo di una spaventosa tempesta.

A distanza di tre anni dal film Fantastic Mr. Fox (2009), Wes Anderson, il regista texano più newyorkese che esista, torna dietro la macchina da presa per regalarci un’altra avventura raccontata con il suo inconfondibile stile poetico e colorato, fondendo il significato del film – fin dai titoli di testa – con una splendida colonna sonora: la suite didattica Young Person’s Guide to the Orchestra di Benjamin Britten, in cui ogni strumento dell’orchestra si riunisce su un tema di Henry Purcell per formare una fuga, fornisce l’incipit dell’avventura di Suzy e Sam, sottolineando come i due ragazzi – scomposti e fuori posto in una realtà in cui non riescono ad integrarsi – giungano spontaneamente e reciprocamente a completarsi. Suzy fugge da una quotidianità indifferente, dove i genitori preferiscono leggere un libro su un figlio ‘problematico’ piuttosto che affrontarlo apertamente, mentre Sam – rimasto orfano e affidato a una famiglia pronta a scaricarlo ai servizi sociali (incarnati da una temibile Tilda Swinton) – vive con insofferenza la rigida disciplina della vita da scout, preferendo imbarcarsi in un’avventura libera da ogni vincolo e confidando solo nelle proprie forze e nella ragazza che ama. La calma temerarietà di Suzy e Sam si scontra con l’incomprensione, l’indifferenza e la rigidità degli adulti dell’isola, che tentano di ostacolarli e di allontanarli facendo sembrare sbagliata la loro volontà di stare insieme, quando sono essi stessi i primi a sbagliare, schermando le proprie incoerenze emotive dietro a muri di ipocrisia (i genitori di Suzy), di triste inerzia (lo sceriffo Sharp) o di ottuso – benché in buona fede – rigore (il capo scout Ward).

Anderson dirige un cast stellare, dagli ‘storici’ Jason Schwartzman (protagonista degli andersoniani Rushmore – 1998 – e Il treno per Darjeeling – 2007) e Bill Murray (che da Rushmore a Moonrise Kingdom ha all’attivo ben sei film con il regista), arrivando a Bruce Willis – decisamente a suo agio anche in ruoli che non siano d’azione – Edward Norton, Tilda Swinton e Frances McDormand, tutti perfettamente in parte nel mettere sotto assedio i due giovani fuggitivi (menzione speciale, inoltre, per Jared Gilman e Kara Hayward, due esordienti che sembrano possedere un’innata naturalezza recitativa); l’impostazione base del film, poi, rimane intatta, grazie anche alla figura del narratore (affidato a Bob Balaban), alle gag surreali di cui è costellata l’intera pellicola – anche se, rispetto alle precedenti, i momenti in cui ci si spaventa davvero non mancano (le scene dei fulmini, l’uso improprio di una forbice per mancini o l’esplosione della palafitta del comandante Pierce, interpretato da un ironico Harvey Keitel) – al ralenty capace di subliminare una svolta importante per i protagonisti, mentre gli anni sessanta offrono la possibilità di abbondare con colori pop e scenografie vecchio stile (l’abitazione di Suzy sembra una vera e propria casa di bambola). L’ultima opera di Wes Anderson – film di apertura del 65esimo Festival di Cannes – riporta alla mente la piccola fuga di Margot e Richie ne I Tenenbaum (2001) agli archivi pubblici di New York, dilatandone i tempi ma mantenendo intatti il disagio e il dolore di due spiriti limpidi (capaci di dare un nome magico ed evocativo ad una baia inizialmente denominata con l’asetticità tipica di alcuni adulti), due adolescenti incompresi e imperfetti anche in quella che, alla fine, sembra essere una ricomposizione orchestrale (e di vita).

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The artist

Un film di Michel Hazanavicius. Con Jean Dujardin, Bérénice Bejo, John Goodman, James Cromwell, Penelope Ann Miller, Malcolm McDowell.  Drammatico, durata 100 min. – Francia 2011 – Bim

George Valentin è una stella del cinema muto nella Hollywood del 1927: il pubblico lo adora e i suoi film, una combinazione tra avventura e romanticismo, registrano sempre il tutto esaurito. Peppy Miller è un’aspirante attrice che, per un caso, finisce sulla copertina di ‘Variety’ abbracciata a Valentin e, subito dopo, sul set dell’attore come ballerina. E’ l’inizio dell’ascesa per Peppy, che grazie all’avvento del sonoro diverrà una stella, mentre George Valentin, legato al cinema muto, verrà subito dimenticato.

Nell’era cinematografica del 3D e degli effetti speciali, il regista francese Michel Hazanavicius decide di andare in controtendenza proponendo al pubblico un film muto e in bianco e nero, ambientando la storia nel periodo cinematografico di transizione che avrebbe portato allo spettatore la meraviglia di un film sonoro e contestualizzando così la propria scelta. Scenografia, colonna sonora e comparse sono tutte al servizio della volontà registica di raccontare una storia semplice ma con modalità inusuali e decisamente anacronistiche, facendo così riscoprire al pubblico il gusto per la recitazione: grazie ai due protagonisti, Jean Dujardin (premiato al festival di Cannes 2011 con la Palmad’oro per il Migliore attore) e Bérénice Bejo, l’interpretazione dei due personaggi risulta sempre espressiva senza cadere mai nella caricatura. Ottimo anche il supporto dei comprimari, da John Goodman, produttore senza scrupoli, a James Cromwell, fedele autista e tuttofare, passando per il gustoso cammeo di Malcolm McDowell (nel ruolo di una comparsa) fino ad arrivare a Penelope Ann Miller, che grazie all’interpretazione della moglie di Valentin, Doris, rimanda alla sequenza della ‘colazione’ di Quarto Potere (1941), anticamera del fallimento matrimoniale. Riportando alla mente Cantando sotto la pioggia (1952) di Stanley Donen per l’ambientazione e il soggetto (anche in questo film un attore famoso deve fare i conti con il passaggio dal muto al sonoro), Hazanavicius vince la sfida con lo spettatore riuscendo ad emozionarlo e a divertirlo con pochi particolari tecnici utilizzati sempre al servizio della storia: il sonoro che irrompe nella vita del protagonista – dove una piuma che tocca terra può causare un rumore lacerante – anticipando in una sequenza onirica il suo destino; le sabbie mobili che ingoiano Valentin nella sequenza finale del suo ultimo film muto, mentre le lacrime di Peppy sottolineano la fine della sua celebrità; le minuscole visioni che appaiono a Valentin, mentre annega i dispiaceri nell’alcol: ogni particolare, ogni inquadratura, ogni gesto nella recitazione è utilizzato per rendere omaggio alla Hollywood di fine anni Venti, in questa pellicola che è un vero e proprio salto indietro nel tempo.

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Super 8

Un film di J.J. Abrams. Con Kyle Chandler, Elle Fanning, Joel Courtney, Gabriel Basso, Noah Emmerich. Fantascienza,  durata 112 min. – USA 2011. – Universal Pictures

 

 

È l’estate del 1979 e nella cittadina di Lillian, in Ohio, un gruppo di adolescenti, girando un film in super 8 da presentare ad un festival, è testimone involontario di un disastro ferroviario: da quel momento in poi accadono eventi sempre più strani: le persone (e i cani) spariscono, i militari sembrano aver preso possesso della città e, fatto ancora più inspiegabile, cosa ha spinto il professore di biologia avanzata a far deragliare il treno? La risposta è impressa sulla pellicola della cinepresa super 8 e i ragazzi cercheranno di scoprirla ricomponendo i frammenti di un oscuro passato e rischiando le proprie vite.

J.J. Abrams con Super 8 ha voluto omaggiare il filone fantascientifico per ragazzi anni ’80, spargendo citazioni e scatenando immediati collegamenti mentali e sensazioni adolescenziali in quanti sono cresciuti guardando film come E.T, Explorers, I goonies e Stand by me: ancor prima che inizi il film, il logo della ‘Amblin Entertainment’ (la casa di produzione fondata da Spielberg) promette un determinato tipo di intrattenimento. Nonostante le premesse iniziali, però, Abrams sembra voler sottolineare la sua volontà di ‘rileggere’ la storia con uno stile che, pur volendo omaggiare, tende fortemente a rimanere personale. Partendo dal presupposto che con una macchina da presa in funzione può succedere di tutto, dalla (bella) scena del deragliamento del treno, anche lo sviluppo della vicenda esce dai binari della classica storia di quasi-adolescenti di una cittadina di provincia alle prese con entità sconosciute e fantastiche, trasformandosi in qualcosa di più cupo e minaccioso. Così come Spielberg guardava al suo E.T. (e al suo Incontri ravvicinati del terzo tipo) con benevolo trasporto e grande speranza, Abrams sceglie di rappresentare la sua ‘creatura’ come un’entità misteriosa, minacciosa e terrorizzante, come riflesso della società che rifiuta o fatica ad entrare in simbiosi con ‘l’altro’ (il gruppo di militari che presidia la cittadina, ma anche i genitori dei protagonisti, che non vogliono – o non riescono a – comprendere i loro figli). Peccato che questo aspetto occupi la quasi totalità del film e che Abrams cerchi di rientrare nel tracciato iniziale solo negli ultimi dieci minuti e in maniera piuttosto stonata. Quello che manca è il contatto emotivo della creatura con il protagonista, che permetta a quest’ultimo un’evoluzione emotiva credibile: in questo senso era stato più incisivo Neill Blomkamp con il suo Distretto 9 (2009), in cui la critica alla società xenofoba, il ‘contatto’ stabilito con il protagonista e il ritorno a casa dell’alieno erano sviluppati in maniera più approfondita ed avvincente. Abrams riesce comunque a dirigere una pellicola, se non totalmente coinvolgente, piuttosto piacevole, grazie anche a un azzeccato gruppo di protagonisti: da Joel Courtney, l’addetto al make-up, a Ryan Lee, l’esperto di esplosioni (e, c’è da crederlo, ‘l’aspetto Abrams’ più allusivo della pellicola), arrivando alla sempre più brava Elle Fanning, la protagonista femminile. Da non perdere, sui titoli di coda, il divertente corto Il caso (il film girato dai protagonisti per partecipare al festival), in cui la fantomatica ‘Romero Chemicals’ è responsabile della trasformazione di tranquilli cittadini in zombie assetati di sangue.

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