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Un film di Tim Burton. Con Mia Wasikowska, Johnny Depp, Helena Bonham Carter, Crispin Glover, Anne Hathaway. Fantastico, durata 108 min. – USA 2010. – Walt Disney

Alice (Mia Wasikowska) ha sette anni e pensa di essere impazzita: ogni notte sogna di cadere nella tana di un coniglio bianco, accedendo così ad uno strano mondo in cui i gatti evaporano, gli animali e i fiori parlano ed i bruchi si esprimono in modo sibillino. Dieci anni dopo, Alice è promessa sposa di un lord dall’aspetto e dal modo di fare perfettamente conformato e consono, ma l’attrazione per le stranezze non è cambiata. Finendo (veramente o ancora una volta in sogno?) nella tana del bianconiglio, si ritrova nello strano mondo dei suoi sogni di bambina, chiamata dai suoi abitanti per sconfiggere la malvagia Regina Rossa (Helena Bonham Carter).

Burton fonde i due romanzi di Lewis Carrol, Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò, cimentandosi in una riduzione che non ha nulla a che vedere con la versione disneyana a cui siamo abituati. L’avventura di Alice è già scritta, c’è un oracolo da seguire alla lettera per sconfiggere i malvagi, e lo svolgimento della trama è proprio il manifestarsi passo per passo di questa volontà già predisposta. Le scenografie sono, come sempre, accurate ed indimenticabili, e le musiche, affidate all’ormai abituale Denny Elfman, risultano sempre incantevoli, ma in questa rivisitazione sembra mancare l’inconfondibile mano di Burton.

Il regista, infatti, si è sempre cimentato in storie con protagonisti outsider, spesso mostruosamente diversi eppure umanamente ricchi di calore e di dignità: è questo ciò che manca nel film. Il cappellaio matto delineato  da Johnny Depp, figura costantemente stupita eppure tragica, risulta fin troppo rinchiusa nella sua limitata espressività. Il vero outsider della storia risulta essere la Regina Rossa, che pur mostrando una sempre brava Helena Bonham Carter, si discosta totalmente dall’idea burtoniana del diverso: ha una testa spaventosamente grande, è malvagia e insensibile e, non potendo essere amata – è infatti circondata da cortigiani che le mentono per non farla sentire fisicamente in difetto – preferisce essere temuta.

L’unico ‘personaggio’ che si accosta fedelmente all’idea burtoniana del diverso è il Grafobrancio (una bestia a metà tra un bulldog e una iena), che dietro un terribile e feroce aspetto animalesco, cela un senso di riconoscenza e di lealtà.

La visione in 3D, infine, non risulta affatto soddisfacente ed è percepibile solo sporadicamente. Tra leziose (e, a tratti, insopportabili) regine bianche (Anne Hataway) ed imbarazzanti ‘deliranze’, Burton firma uno dei suoi film meno riusciti, un gradino sopra Il pianeta delle scimmie (2001) e uno sotto La fabbrica di cioccolato (2005).

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Amabili resti

Un film di Peter Jackson. Con Mark Wahlberg, Rachel Weisz, Susan Sarandon, Stanley Tucci, Saoirse Ronan, James Michael Imperioli  Titolo originale The Lovely Bones. Drammatico, durata 135 min. – USA, Gran Bretagna, Nuova Zelanda 2009. – Universal Pictures – VM 14.

Tratto dall’omonimo romanzo di Alice Sebold, Amabili resti racconta la storia di Susie Salmon (Saoirse Ronan),  stuprata e uccisa all’età di quattordici anni da un vicino di casa (Stanley Tucci) e rinchiusa in una dimensione che le permette di rimanere in contatto con la sua famiglia suggerendole, così, l’identità del suo assassino.

Il regista neozelandese Peter Jackson torna a parlare di un’altra ‘terra di mezzo’, vista come possibilità di riscatto per le ingiuste sofferenze subite scegliendo, però, di suggerire più che mostrare (su tutte, la scena in cui Susie si rende conto di essere stata uccisa). Il romanzo da cui è tratto il film, infatti, contiene riferimenti autobiografici dell’autrice, anch’essa vittima di violenza sessuale quando aveva quattordici anni.

Questa volta, però, Jackson sembra non aver voluto (o saputo?) osare, riducendo la trama in blocchi fin troppo definiti e delimitati: ogni personaggio principale, dal padre (un sempre ottimo Mark Whalberg), alla madre (Rachel Weisz), alla nonna (una dirompente e divertente Susan Sarandon), ha infatti la sua ‘scena madre’; pur arrivando a dare spazio a tutti, purtroppo il regista sembra non riuscire ad andare oltre, finendo imprigionato in questo meccanismo limitante.

A livello tecnico, il mondo in cui Susie è sospesa – e che costituisce la diretta espressione della sua personalità e dei suoi sentimenti – è presentato spesso in maniera magica, con colori che colpiscono e una fotografia impeccabile. A tratti, però, risulta fin troppo impregnata di un’atmosfera stucchevole, e la colonna sonora new age sottolinea questo aspetto.

L’unico personaggio ben delineato risulta il signor Harvey di Stanley Tucci (nominato agli oscar come miglior attore non protagonista): quasi irriconoscibile con parrucchino biondo e lenti a contatto azzurre, l’attore riesce a dipingere un ritratto inquietante e dai forti connotati maniacali dell’insospettabile vicino di casa con la passione per le case di bambola. Tramite la sua ottima interpretazione, Jackson riesce a dare, narrativamente parlando, il meglio di sé, in un film che risulta curiosamente mancato.

Antichrist

Un film di Lars von Trier. Con Willem Dafoe, Charlotte Gainsbourg. Drammatico durata 100 min. – Danimarca, Germania, Francia, Italia, Svezia, Polonia  2009. – Lucky Red – VM 18

Dopo l’approccio non convenzionale con la commedia ne Il grande capo (2007), il regista danese Lars von Trier torna a parlare del rapporto tra uomo e donna. Mentre lui e lei (Willem Dafoe e Charlotte Gainsbourg), marito e moglie, consumano un amplesso in preda alla passione, il loro bambino esce dal lettino, si sporge dalla finestra per guardare la neve e cade perdendo la vita. Dopo un mese, lei non riesce ancora a riprendersi dalla tragedia e lui, psicoterapeuta, decide di prenderla in cura, anche se questo infrange le regole della deontologia professionale. Isolati in una casa di montagna (indicativo in questo senso il nome datole, ‘Eden’), la coppia affronterà il lutto tra tentativi di terapia e sinistri presagi, fino al tragico epilogo.

L’ultimo film di Trier è sicuramente il più duro come impatto emotivo (e visivo): in un tentativo di terapia personale trasposta sul grande schermo, il regista svela senza filtri il suo rapporto e la sua visione sul sesso femminile: il personaggio di Dafoe altri non è che lo stesso Trier, diviso tra la volontà di comprenderlo e la consapevolezza che esso è unicamente portatore di insensatezza e di distruzione. Sono costanti i richiami che vanno dalla natura malvagia – ovviamente intesa come figura femminile, madre terribile e creatura satanica –  all’argomento di tesi a cui lavora il personaggio della Gainsbourg, il ginocidio, in cui la persecuzione delle donne viene però riletta in chiave di giustizia epurativa.

Ogni immagine della natura proposta da Trier ha in sé qualcosa di evocativo e di terribile: la natura è malvagia (l’aquila che smembra il pulcino caduto dal nido), insensibile (il capriolo che procede tranquillamente nonostante il cucciolo abortito), e autodistruttiva (la volpe che si dilania da sola); il regista trasporta questa visione apocalittica nella figura femminile, cercando prima una via di salvezza nella terapia per poi arrendersi all’impossibilità della comprensione, arrivando alla sua neutralizzazione attraverso la negazione del piacere, intesa come punizione e purificazione catartica.

Perfetto a livello tecnico, a partire dalla limpida fotografia, spesso virata in bianco e nero, Antchrist evidenzia due belle e coraggiose prove da parte della Gainsbourg e di Dafoe, proponendo ancora una storia dai contenuti forti, spiazzanti e spesso scioccanti, in uno dei film più difficili e personali del regista.

Un film di Paolo Virzì. Con Valerio Mastandrea, Micaela Ramazzotti, Stefania Sandrelli, Claudia Pandolfi, Marco Messeri.

Commedia, durata 116 min. – Italia 2010 . – Medusa

Lasciata la Roma di Tutta la vita davanti (2008), Virzì torna nella sua Livorno per raccontarci una storia di incomprensioni e di legami familiari. Bruno Michelucci (Valerio Mastandrea), professore di italiano a Milano, costantemente infelice e disilluso, viene contattato dalla sorella Valeria (Claudia Pandolfi) per andare a  trovare la madre (Stefania Sandrelli), malata terminale. Il viaggio di Bruno verso la città natale sarà anche un ritorno con la memoria nel passato, un tuffo nel ricordo di quella madre troppo belle e troppo vitale che l’aveva spinto alla fuga anni prima.

Attraverso la divertente e vitale interpretazione di Micaela Ramazzotti (Anna da giovane), Virzì ci presenta una donna allo stesso tempo forte ed ingenua, che reagisce ad ogni difficoltà in maniera forse inquieta ma sempre senza perdere l’allegria. Questa figura inafferrabile, che non si concede a nessun uomo se non al marito (che non la comprende, scacciandola, pur rimanendone costantemente affascinato), decide di dedicare tutto il suo amore ai figli. Gli effetti di questo amore totale ed incondizionato sono manifestati dal figlio maggiore, che non riesce ad instaurare un vero rapporto con la fidanzata e che cerca di riempire il proprio vuoto interiore attraverso sostanze stupefacenti. Ripercorrendo le tappe della sua vita – attraverso la bella fotografia “anni ’70” di Nicola Pecorini e una colonna sonora dal sapore melodico e retrò – e mescolandole a decisioni e segreti venuti a galla quasi per caso, Mastandrea ci offre un’altra delle sue belle interpretazioni disilluse e sopra le righe (da notare anche l’impegno per riprodurre la pronuncia livornese). Brava la Ramazzotti, che si sta rivelando sempre più in grado di crescere in maniera interessante, stupenda come sempre Stefania Sandrelli e menzione speciale ai comprimari, a cominciare dai bravi Claudia Pandolfi e Marco Messeri: tutti al servizio di una ritrovata commedia all’italiana, senza volgarità gratuite, in cui i sentimenti non sono mai presentati in modo stucchevole ma sempre dolci e con un fondo di amarezza. Come la vita.

Soul Kitchen

Un film di Fatih Akin. Con Adam Bousdoukos, Moritz Bleibtreu, Birol Ünel, Anna Bederke, Pheline Roggan.

Commedia, durata 99 min. – Germania 2009.

Il regista turco-tedesco Fatih Akin racconta le (dis)avventure di Zinos (Adam Bousdoukos), un immigrato greco proprietario di un ristorante dalle scarse pretese culinarie nella periferia di Amburgo (il Soul Kitchen che da il titolo al film); Zinos ha una fidanzata ricca e viziata, un fratello, Illias (Moritz Bleibtreu) che ha problemi con la giustizia, guai con il fisco e, a causa di un incidente sul lavoro, anche con la schiena. Proprio a causa dei suoi problemi di salute, Zinos decide di assumere un nuovo cuoco, esperto di alta cucina, per rimettersi in sesto e, soprattutto, per raggiungere la fidanzata , corrispondente in trasferta in Cina. Il tutto fronteggiando le continue offerte di un vecchio compagno di scuola, che vorrebbe acquistarne il locale con intenti poco chiari.

Lontano dalle poetiche introspezioni de La sposa turca (2004, vincitore al Festival di Berlino), Akin propone una rivisitazione in chiave soul dei cinque sensi: in questo film a farla da padrona è una divertita (e divertente) esteticità, il gusto per il cibo raffinato, la fotografia accurata, la ricerca della perfezione (culinaria ed artistica: basti vedere le figure del cuoco o della cameriera Lucia, occupatrice abusiva di loft ed aspirante artista). E’ soprattutto la musica, però, ad emergere e a risolvere le situazioni: quando il locale resta vuoto per l’abbandono dei clienti abituali, affezionati ai menù a base di pesce fritto e birra, basta una serata da “sala prove” per riempirlo, regalandogli così il vero e proprio lancio.

Piacevole rivelazione Adam Bousdoukos, protagonista decisamente espressivo, davvero divertente nel suo “corpo a corpo” con il mal di schiena, mentre Moritz Bleibtreu, da The Experiment (2001) a La banda Baader Meinhof (2008), si conferma attore capace e travolgente. Sulle note di una strepitosa colonna sonora, Akin ci guida in una vicenda che, pur risultando astutamente confezionata, sazia gli occhi, le orecchie e l’anima, ricordandoci che i sogni non sono così irraggiungibili se ci si crede veramente.

A Serious Man

Un film di Joel Coen, Ethan Coen. Con Michael Stuhlbarg, Richard Kind, Fred Melamed, Sari Lennick, Adam Arkin .

Commedia, durata 105 min. – USA, Gran Bretagna, Francia 2009

Il film si apre su uno shtetl, un antico villaggio ebraico, in cui una moglie ed un marito si trovano a dover affrontare un dybbuk, uno ‘scambiato’, uno spirito posseduto. E con un ammonimento: ricevete con semplicità ciò che vi viene dato dalla vita.

Un secolo dopo, in una anonima città del midwest, Larry Gopnik, docente universitario di fisica in attesa di una cattedra, si trova a dover affrontare un problema dopo l’altro: la moglie non lo ama più, e chiede un divorzio rituale per potersi risposare nella fede con il pomposo collega Sy Ableman; il figlio, prossimo al Bar mitzvah, fuma spinelli e ascolta musica durante le lezioni; la figlia pensa solo a lavarsi i capelli e gli spilla soldi dal portafogli per potersi rifare il naso; il fratello, parcheggiato in pianta stabile a casa sua, tiene un diario sul calcolo delle probabilità che lo porterà ad avere guai con la legge; uno studente tenta di corromperlo per poi minacciarlo di diffamazione. Travolto da questa serie di spiacevoli eventi, l’ordinario Larry cercherà il modo giusto per affrontarli chiedendo aiuto a tre rabbini.

I fratelli Cohen affondano il loro implacabile sguardo in una comunità ebraica di fine anni sessanta, mostrando ancora una volta personaggi ordinari alle prese con eventi straordinari: come il Dude de Il grande Lebowski, il Larry Gopnik interpretato da Michael Stuhlbarg viene scosso nella sua radicata apatia da una serie dietro l’altra di spiacevoli situazioni. I registi si divertono ad inserire il pacato Larry in contesti totalmente estranei al suo essere, ribaltandone con spietata ironia le aspettative (come, ad esempio, l’inaspettata morte di un avvocato che deve finalmente decidere le sorti della delimitazione della sua proprietà). La libertà e le semplici aspirazioni del protagonista riescono a prendere forma solo nelle divertenti sequenze oniriche, anch’esse, però, bruscamente interrotte da epiloghi per nulla incoraggianti. Il percorso formativo di Larry per diventare un mensch, un uomo serio, farà luce sui grandi limiti suoi e della realtà che lo circonda: una vita perfetta e una solida felicità sono difficili da raggiungere ed impossibili da ottenere. Sul possibile happy ending, infatti, incombe la telefonata di un medico ed il progressivo scatenarsi di un uragano.

Il significato ultimo di A serious man non è immediatamente comprensibile: il dialogo in yddish che si scioglie nelle note di Somebody to love dei Jefferson Airplane del prologo, per poi ritornare convertito nei versi rock dello stesso gruppo nelle parole del rabbino Marshak nell’epilogo, chiudendo così un simbolico cerchio, moltiplica i dubbi nello spettatore.

happy-go-lucky

 

Un film di Mike Leigh. Con Sally Hawkins, Alexis Zegerman, Eddie Marsan, Andrea Riseborough, Samuel Roukin, Kate O’Flynn, Sarah Niles, Trevor Cooper, Philip Arditti, Jack MacGeachin, Oliver Maltman, Caroline Martin, Stanley Townsend. Genere: Commedia, colore 118 minuti. – Produzione: Gran Bretagna 2008. – Distribuzione: Mikado.

A distanza di quattro anni dal suo ultimo film (Il segreto di Vera Drake), il regista britannico Mike Leigh torna a raccontare le donne con il suo inconfondibile stile, fatto di humor e di disincanto. Questa volta ci parla di Pauline (Sally Hawkins), detta Poppy, allegra maestra elementare, che ama le serate in discoteca con le amiche del cuore, gli stivali con i tacchi alti ed il flamenco, e che vive la sua vita con gioioso ottimismo. Ci si rende conto fin da subito di come Poppy guardi alla vita: appena uscita da una libreria nel centro di Londra si rende conto che le hanno rubato la bicicletta, e la sua reazione è solo un dispiaciuto ‘Non ho nemmeno potuto dirle addio!’. Decide così di prendere lezioni di guida, e i botta e risposta con il burbero istruttore Scott (Eddie Marsan) offrono allo spettatore momenti di autentico divertimento (da ricordare, in questo senso, il dialogo relativo al ‘triangolo degli specchietti retrovisori’).

Divisa tra le lezioni a scuola, le lezioni di guida e quelle di flamenco, Poppy sembra aver raggiunto un equilibrio e una felicità straordinari, eppure non è una persona con la testa per aria: quando nella sua scuola nota il comportamento aggressivo di un bambino nei confronti dei suoi compagni, interviene subito cercando di comprenderne i motivi e facendosi aiutare da un assistente sociale. Il tutto sta a sottolineare come Poppy sia sempre e comunque in profondo contatto con ciò che le succede intorno, cercando di viverlo e di capirlo fino in fondo, estrapolando quel che di buono può esserci in esso ed imparando dagli eventi negativi (come, ad esempio, nell’incontro con il mendicante alienato).

Interpretato da una magnifica Sally Hawkins (vista in Sogni e delitti di Woody Allen, 2007), il personaggio di Poppy non risulta mai eccessivo o macchiettistico, ma sempre spontaneo e vitale in modo naturale; per questo ruolo, l’attrice britannica ha vinto l’Orso d’argento come migliore interpretazione femminile al Festival di berlino del 2008 e un Golden Globe come migliore attrice protagonista. Ottimo anche il resto del cast, da Eddie Marsan, burbero e nevrotico istruttore di guida, in realtà bisognoso di affetto, alla migliore amica Zoe (Alexis Zegerman), disincantata e pungente, arrivando all’insegnante di flamenco con (passati, ma ancora persistenti) problemi coniugali.

Con questo film, Mike Leigh esplora ancora una volta il vasto universo femminile, raccontandone il lato gioioso e ‘spensierato’  Il sorriso tutto denti di Poppy, i suoi salti sul tappeto elastico, la sua ostinazione a voler guidare con stivali inadeguati e la sua contagiosa allegria accompagnano lo spettatore attraverso una Londra non più grigia e triste, ma solare e colorata, facendogli passare due ore di allegra e travolgente vitalità.